| prevenzione |
|
|
|
I BAMBINI DI OGGI SONO PIU' FRAGILI?
Il tema non è certo nuovo. La constatazione è uscita frequentemente, negli ultimi decenni, dalle bocche di educatrici, insegnanti, operatori, terapisti, esperti e semplici cittadini che hanno l’abitudine di guardarsi attorno: i bambini di oggi sono più fragili?
Nella redazione della Rivista Psicomotricità abbiamo aperto un dibattito, ci siamo posti alcune domande e, per allargare gli orizzonti, abbiamo rivolto le stesse ad alcune persone esperte che da diversi anni si occupano della crescita dei bambini e delle loro famiglie: il dott. Chicco Aliprandi, insegnante e psicomotricista; la dr.ssa Luciana Favaro, pediatra di base la dr.ssa Barbara Zapparoli, pediatra e neonatologa. In primis rileviamo che sempre più frequentemente, dalle scuole dell’infanzia e dai nidi, arrivano segnalazioni di disequilibri delle funzioni vitali (il ritmo sonno/veglia, l’alimentazione, il controllo sfinterico), di disturbi di regolazione, di attaccamento, di adattamento, dell’autonomia, interpretabili in modo inequivocabile come segnali di malessere espresso sempre più precocemente.
La dr.ssa Zapparoli, che lavora con bambini molto piccoli, da pochi giorni di vita in su, dice: Osservando il comportamento neonatale (prime settimane di vita) e dei primissimi mesi, non sembra esserci una maggiore fragilità dei bambini. Le differenze comportamentali fra neonato e neonato e fra bambino piccolo e bambino piccolo sono analoghe a quelle che ho osservato negli anni passati. Mi sembra piuttosto che, se vogliamo parlare di fragilità, questa possa essere più dei genitori.
È POSSIBILE PARLARE DI FRAGILITÀ DEL BAMBINO SENZA PARLARE DEI GENITORI?
Può essere che abbiano orari di lavoro e ritmi di vita irregolari; molti lavori richiedono adattamenti quotidiani di tempi e funzioni e la cura del bambino diventa un «percorso a ostacoli». Succede spesso che la gestione dei ritmi della vita del figlio non sia affidata sempre alle stesse persone, che ci sia una turnazione continua: nonni, baby-sitter, nido, ecc., e ciò mette il bambino nella condizione di un adattamento che deve continuamente riaggiustarsi e dunque esso diventa una fatica che può produrre fragilità. Sappiamo bene quanto sia importante per il bambino sapere chi sarà con lui in quella determinata situazione (ad esempio, chi andrà a prenderlo all’uscita dalla scuola, chi ci sarà nel pomeriggio, ecc.). Accade che i genitori più attenti lo informino su ciò che succederà, ma anche che quelli meno attenti abbiano solo la preoccupazione di tamponare i momenti di gestione del figlio utilizzando anche persone diverse.
COSA SI INTENDE PER FRAGILITÀ?Le prime cose dette sulla fragilità si riferiscono ai ritmi fisiologici, ai ritmi di vita: la regolarità, la prevedibilità, la routine… sono tutte cose che riguardano la dimensione temporale, quindi un parametro che prenderemo in considerazione è il tempo. Una prima considerazione è di natura storicoculturale. Colpisce come il cambiamento nella storia dell’uomo sia avvenuto nel passato disegnando una curva molto dolce, che a volte ha avuto una durata di millenni, mentre negli ultimi cinquant’anni esso ha avuto un’accelerazione eccessiva che ha aumentato i ritmi e le velocità, impedendo regolarità e continuità.
Viviamo in una società centrata sul possedere il maggior numero di simboli che testimonino il benessere economico e l’attenzione è principalmente rivolta a fornire ai propri figli beni materiali, opportunità, tutela della salute, ma spesso in maniera eccessiva. La polarità sta tra la trascuratezza («il bambino si fa da solo»), in condizioni di disagio/povertà/difficoltà lavorative, e una presenza così ravvicinata da diventare ambivalente, e proprio l’ambivalenza è l’elemento principale dell’atteggiamento genitoriale d’oggi. Bisogna anche aggiungere che la coppia non ha più modelli interni di riferimento stabili: siamo distanti dai ruoli maschili e femminili rigidamente definiti del passato, ma non se ne sono costruiti di nuovi capaci di rassicurare; ciò fa vivere una condizione di continua sperimentazione e oscillazione. Quindi c’è un’altalena tra essere molto vicini ai figli e lo spronare a una precocizzazione drastica della separazione.Abbiamo bambini sempre più insicuri ai quali sono richieste performance sempre più evolute. In questo modello di vita «accelerato», oggi i genitori di bambini molto piccoli non sono disponibili a «perdere tempo», mentre la crescita richiede anche lo stare con un bambino senza fare niente: le domande ricorrenti delle mamme sono «cosa posso fare?», «che giochi posso proporre?», «come posso stimolarlo?», senza immaginarsi che anche il semplice guardarsi è già un gioco di scambi interattivi. Il dott. Aliprandi osserva: Asserisce la dr.ssa Favaro: La dr.ssa Zapparoli dice:
Quando poi il bambino ha dieci-dodici mesi e comincia a voler affermare la propria volontà, mi colpisce che la domanda su come poter passare regole, abitudini, ritmi non venga più fatta e si tenda facilmente a dire che «è capriccioso», «vuol fare solo quello che decide lui…». Un altro aspetto è quello della difficoltà di riconoscere nel bambino, soprattutto se piccolo, una persona con capacità: di conseguenza agisco per quello che so o per quello che mi hanno detto di fare, ma difficilmente sto a guardare chi sei tu, quali sono le tue caratteristiche, cosa mi dici con il tuo comportamento. È come se fosse aperto un canale in una sola direzione — dall’adulto al bambino — e mancasse, o meglio non venisse data rilevanza al flusso inverso, che è quello che permetterebbe un adattamento reciproco migliore. Un esempio che mi sembra esplicativo è quello dell’introduzione dei cibi complementari al latte. In genere a un certo momento, che è legato ai dati anagrafici e raramente all’osservazione del comportamento del bambino rispetto a ciò che vede fare agli adulti, si decide che «lui» debba iniziare a mangiare la pappa (di solito il pediatra prescrive un determinato comportamento e i genitori eseguono) e dal giorno dopo ecco la pappa che ha un programma ben definito di aumento periodico e tutti si aspettano che il bambino vi si adegui, anche se in genere questo non avviene. Diverso è se pensiamo che l’offerta della pappa, che facciamo perché il bambino ci ha lanciato dei segnali di interesse rispetto al cibo che l’adulto si porta alla bocca, sia un’opportunità per lui e per noi genitori di affrontare «un’avventura» e che sarà il bambino, cui riconosciamo la capacità di regolarsi nel suo senso di appetito e di sazietà, a guidare i genitori. In altre parole: io ti offro questa opportunità, vedo la tua reazione e in base a quella regolo i miei passi seguenti. Questo porta a riconoscere la capacità del bambino di autoregolarsi. Una considerazione che mi sento di fare è che forse manca intorno ai genitori, soprattutto nei primi tempi di vita con il bambino, una rete di sostegno «benevola». A volte non c’è nessuno, altre volte ci sono molte persone, forse troppe, che giudicano invece di dar aiuto, non solo pratico, ma anche accompagnando «con affetto» questi periodi cruciali.
QUALI SONO LE AREE DI FRAGILITA’ PIU’ FREQUENTI?Pensando alla variazione di casistica che arriva in terapia, sembra che oggigiorno i disturbi più frequenti siano quelli che, con diversa espressione, rientrano nella classificazione dei disturbi d’ansia e che questi siano a loro volta legati ai disturbi dell’attaccamento, tenendo ben presente che l’attaccamento è il risultato della regolazione reciproca primaria. La regolazione viene definita come la capacità che il bambino possiede fin dalla nascita di regolare i propri stati emotivi e organizzare l’esperienza e le risposte comportamentali adeguate. Si ritiene che il processo di regolazione si sviluppi a partire dall’intreccio continuo tra queste capacità innate del bambino, che organizzano la miriade di sensazioni tattili, visive, acustiche e propriocettive provenienti dal mondo esterno e interno, e le ripetute interazioni della diade bambino-caregiver intorno al raggiungimento dell’omeostasi (Sroufe, 1995). Le strategie per la regolazione di stato sono inizialmente fornite dal caregiver e successivamente interiorizzate dal bambino e si generalizzano nel tempo per includere la regolazione degli stati affettivi, l’arousal, l’attenzione e l’organizzazione di comportamenti complessi che comprendono le interazioni sociali. Nelle nostre stanze di terapia osserviamo iperattività, instabilità, disturbi oppositivi-provocatori, inibizione, difficoltà d’apprendimento, ma dietro queste manifestazioni, indagando bene, c’è quasi sempre un disturbo d’ansia, un disturbo di insicurezza del bambino. Nei gruppi d’aiuto, fino a qualche tempo fa, vi erano in prevalenza bambini con problemi interni alla famiglia (separazioni, maltrattamenti, ecc.) o con problemi di adattamento alla realtà (difficoltà di inserimento a scuola, problemi di socializzazione, di controllo del comportamento). I bambini con problematiche d’ansia/insicurezza o, all’opposto, invadenti/provocatori (le due polarità) spesso non hanno alle spalle famiglie disattente, ma genitori che non sono stati in grado prima di offrire strategie adeguate per la regolazione e, successivamente, di gestire la fase del distacco: fase molto delicata e difficile nella crescita di un bambino.
Afferma la dr.ssa Favaro: La dr.ssa Zapparoli osserva a sua volta:
QUALI SONO I FATTORI PIU’ RILEVANTI CHE CONCORRONO A DETERMINARE QUESTA FRAGILITA’?Partendo dalla nascita, osserviamo un aumento del ricorso al parto cesareo anche in assenza di specifiche motivazioni sanitarie; l’attenzione è rivolta alla donna e ai suoi bisogni e non al flusso naturale di collaborazione con il bambino che è un progetto neurobiologico. L’allattamento, che ha un ruolo fondamentale per dare una base immunitaria, fisiologica, chimica, affettiva al bambino, è notevolmente diminuito. Una volta si allattava a lungo, ora invece è l’OMS che deve sollecitare l’allattamento almeno fino a 2 anni e la gente si scandalizza, perché immediatamente si evoca il prolungamento della simbiosi (è vero che ci sono madri che allattano a oltranza, ma questo è un problema diverso). Successivamente osserviamo un distacco, una separazione molto precoce e per tempi troppo lunghi: vediamo bambini di un anno che stanno all’asilo dalle 8.00 alle 19.00. Inoltre non si manifestano una coscienza e un’attenzione adeguate nei confronti di una fase evolutiva molto particolare; nel libro di Alba Marcoli, Il bambino arrabbiato, si parla della crisi del riavvicinamento dei 15 mesi. Il bambino passa dal desiderio di evitarla a quello di stare molto vicino alla madre, «in una sorta di balletto avanti e indietro, vicino e distante dalla figura materna». A quest’età, afferma la Mahler, il bambino esplora il mondo, ma deve poter tornare dalla mamma per avere nutrimento e rassicurazione. È una fase delicata in cui spesso c’è distonia tra la mamma e il bambino. La mamma è magari già tornata a lavorare, in quanto convinta che il figlio sia «grande» perché va al nido e quindi, quando il bambino ritorna da lei per il «rifornimento affettivo» con modalità da bambino più piccolo, si sente poco disponibile. Accade anche che la madre solleciti il figlio a essere grande di giorno («ormai vai all’asilo!») e magari la sera riproponga lei stessa modelli di approccio tipici di un bambino più piccolo. Questo può avvenire perché la madre stessa avverte, da una parte, un bisogno di vicinanza corporea da colmare e, dall’altra, la necessità di mitigare un proprio inconsapevole senso di colpa per il lungo distacco. Il bambino che subisce un distacco drastico può diventare in seguito onnipotente, dispotico e riuscire a far fare al genitore qualunque cosa. Il bambino domina, perché anche il genitore non si è separato nel modo giusto e, se non si è adeguatamente separati, non si può dare il limite: si può «contenere» solo in presenza di identità e ruoli chiari. La maggiore centralità data al bambino lo porta a provare un senso di potenza e di potere esagerato, non reale; l’eccessiva potenza generalmente lascia le persone nella solitudine, perché non sono accompagnate a confrontarsi con la realtà esterna. Succede spesso che, nel tentativo di «contenere» il bambino, i genitori spieghino e giustifichino tutte le richieste e gli descrivano tutto quello che succederà anche in un tempo molto lontano per lui; ma l’ansia del genitore di spiegargli tutto quello che succederà (come se fosse adulto) mette il bambino in uno stato di allerta che difficilmente riesce a gestire. Il bambino non ha le competenze e gli strumenti cognitivi per rappresentarsi ciò che gli viene raccontato e che succederà. È un continuo spiegare e chiedere. Capita di osservare al supermercato genitori che chiedono al bambino di due anni cosa desidera comperare, cosa desidera mangiare, in breve gli si chiede di decidere, ma chi deve decidere? Chi è responsabile? Il genitore fa decidere il bambino per dimostrare cosa? Che è «bravo» o che ha paura di gestire un capriccio isterico?
Molti sono gli interrogativi ancora inesplorati, il tempo del nostro dibattito è finito ma la riflessione rimane comunque aperta.
Tiziana Andrenelli Rivista Psicomotricità
|







La risposta unanime è no, non è possibile, bisogna tenere conto della vita che si svolge intorno al bambino e i genitori sono coloro che maggiormente ne influenzano lo sviluppo, soprattutto nelle prime fasi di crescita. Bisogna dire che, attualmente, i genitori non hanno dei ritmi di vita a misura d’uomo.
Nel passato al centro dell’attenzione vi erano la vita biologica, la sopravvivenza, la famiglia e quindi anche i figli. Si era in presenza di una società contadina dove i ritmi erano regolari, dove c’era una costanza, un sentimento di continuità; oggi i valori, le motivazioni e gli stimoli sono tanti e divergenti.
La domanda «come facciamo per dargli delle regole, per il mangiare e per il dormire?» è abbastanza frequente alla prima visita, in genere a pochi giorni di vita del bambino, quando sappiamo che, proprio per come è fatto un neonato, non può adattarsi a ritmi che siano diversi dai suoi ritmi biologici che, purtroppo per l’adulto, sono molto differenti dai nostri.
