| tratto dalla rivista "Salute più" |
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RICETTE VELOCI ED EFFICACI?
SIA CHIARO, NON ESISTONOdi Marina Massenz
Marina Massenz, direttrice della rivista “Psicomotricità” dell’A.N.U.P.I. (Associazione nazionale unitaria Psicomotricisti e Terapisti della Neuro e Psicomotricisti dell’età evolutiva), è un' esperta della materia, che studia e sviluppa fin dagli anni Ottanta.
Intuiamo, dottoressa, che la Psicomotricità si rivolga alla famiglia in genere, non solo ai figli. “Certamente. Noi partiamo dall'assunto che ogni bambino cerca di fare sempre quello che si sente in grado di fare. In questo modo le difficoltà - gli ostacoli di prima - vengono aggirati, e non scavalcati. Il genitore, purtroppo, tende spesso a sottovalutare alcuni comportamenti. Per la serie: “Crescendo migliorerà“. Niente di più sbagliato.”
Eppure assistiamo, di questi tempi, a genitori asfissianti, terrorizzati dalla casualità della vita…
“Tutto vero, soltanto che questa preoccupazione raramente si tramuta in percorsi d’aiuto non medicalizzati, come ad esempio la psicomotricità educativa/preventiva. Si tende a risolvere i problemi tra le mura domestiche oppure, al contrario, a rivolgersi da subito alle strutture ospedaliere o sanitarie territoriali.” Ci chiarisce gli ambiti di intervento della sua disciplina? “Innanzitutto lavoriamo con i bambini fino al termine dell’età evolutiva, intendendo con ciò fino all’età pre-adolescenziale; dopo di che l’intervento con le nostre dinamiche terapeutiche, basate sul gioco, il corpo, l’azione, risultano inadeguate o insufficienti. Ci occupiamo di problematiche comportamentali (come l'aggressività, la difficoltà d’adattamento, l’intolleranza alla frustrazione…), relazionali (l'eccessiva timidezza, la troppa loquacità, le difficoltà d’individuazione/separazione dalla figura materna…), di Disturbi Specifici dello Sviluppo (disprassia, disgrafia, ritardo psicomotorio, maldestrezza….), del Disturbo da Deficit d’Attenzione/Iperattività, di Ritardo Mentale, fino ai Disturbi dello Spettro Autistico”.
Può spiegarci quali sono i sintomi, i comportamenti o i segnali che suggeriscono la psicomotricità come soluzione? “Diversi tipi di difficoltà infantili possono essere affrontate con la nostra pratica professionale, tra cui quelle sopra descritte, ma non solo. Pensando ai genitori, credo che la cosa più importante sia saper prestare attenzione ed ascolto ai segnali di disagio che i bambini esprimono e che spesso sono veicolati proprio attraverso il corpo, la motricità, l’azione.”
Ecco, pensando ai genitori, come vi rapportate con loro? “Il fatto che si rivolgano a uno psicomotricista è già un segnale di apertura verso i problemi del proprio figlio. Sono i primi a essere coinvolti, per imparare a osservare la loro creatura per come effettivamente è. Non per come se la immaginano o vorrebbero che fosse. E' un concetto fondamentale. Qual è la durata media degli interventi? “Non è possibile stabilirlo a priori. I bambini, come i problemi, sono simili, ma mai uguali. Dipende dall'età, dall'ambiente che li circonda (famiglia, scuola, affetti, società), dal tipo di problema, variabili che non permettono di formulare previsioni certe. Sfrutto la domanda per chiarire che nell'ambito dei disturbi/difficoltà legate all'infanzia non esistono ricette veloci. La cultura della pillola, del palliativo, va dimenticata. C'è bisogno di tempo, di sinergie, perché nei più piccoli non bisogna solo affrontare i problemi da cui origina il disagio; bisogna anche consolidare le nuove acquisizioni, ri-modellare il comportamento adattivo, restituire al bambino e al suo ambiente una nuova “immagine” complessiva.”
In sintesi, come funziona una seduta di psicomotricità ?
“C'è differenza tra le terapie individuali e le sedute di psicomotricità di gruppo. Comunque si tende a giocare e coinvolgere il bambino in base alle sue problematiche e capacità. Inizialmente si tende soprattutto ad instaurare una relazione, accettandolo per com’è e cercando un contatto con le sue specifiche modalità espressive; per esempio al taciturno non si chiede di parlare, come non si pretende dall'irrequieto che si tranquillizzi subito. In questo modo si dà a tutti l'opportunità di comportarsi nel modo più naturale e spontaneo; il progetto poi si sviluppa secondo una “regia” che guida l’attività condivisa in una direzione evolutiva per il bambino.
E lei come interviene? “I giochi, le attività motorie e corporee, sono il mezzo per percepire i disagi o - di contro - le potenzialità del bambino. In ogni gruppo c'è un progetto generale, accompagnato da uno specifico sul singolo, un intervento completamente personalizzato.” Può farci un esempio? “Un esempio classico è quello del bambino inibito. Letteralmente non sa cosa fare, è bloccato, ma in realtà ha interiorizzato tantissime richieste (a scuola, a casa) che non riesce ad onorare. Lasciandogli un po' di libertà, nel confronto con i coetanei, inizia subito a reagire al suo problema. Magari non coscientemente, piuttosto fisicamente, con il corpo. Dopo aver "rotto il ghiaccio", possiamo indurlo verso particolari attività, movimenti o giochi che col tempo lo aiuteranno a cambiare. Progressivamente egli comincerà a rendersi conto dei suoi progressi, di essere diverso sia nella sua capacità di esprimersi che nella relazione con gli altri. E’ il primo passo verso la normalità.” A sentirla parlare qualunque bambino avrebbe bisogno di un setting come questo! “Effettivamente sì. E le spiego il perché, riallacciandomi al discorso della "non medicalizzazione". I bambini, qui, giocano in un ambiente caldo, colorato, protetto. Con un adulto vestito con la tuta, che si rotola per terra come loro, che parla il loro linguaggio, che li capisce e che - talvolta - gli “legge dentro”. Stanno bene e la riprova è che non vorrebbero mai andare via. La nostra è una disciplina che sviluppa il potenziale psicologico, espressivo, funzionale e sociale del soggetto. Di chiunque e, lasciatemelo sottolineare, senza traumi. Perciò la psicomotricità è utilizzata anche in ambito educativo, come un’esperienza “per tutti”.” Infatti negli anni Ottanta, periodo del “boom” della psicomotricità, era spesso proposta nelle scuole. A tutti, senza eccezioni… “Esatto, anche se in maniera frammentata e non sempre da persone del tutto qualificate. Ora siamo più rigorosi, scientifici, la nostra professione è stata avvalorata da ricerche, da anni di studio ed esperienza, sia in campo clinico che educativo. Purtroppo invece questa pratica all’interno delle Istituzioni Scolastiche è molto diminuita: la mancanza di fondi si fa sentire e spesso l'unica salvezza è rappresentata dai privati.” A proposito di risorse, può dirci qualcosa sui costi? “Non troppo, poiché essi variano molto di città in città e da un professionista all’altro. Di solito il tariffario va a ore per le terapie individuali e a pacchetti di più sedute per il lavoro di gruppo (ad esempio 8 incontri di gruppo del corso educativo-preventivo da noi costano 150 euro). E’ importante ricordare, però, che essendo le sedute terapeutiche prestazioni mediche private, sono deducibili dalle tasse.”
Un’ultima domanda. In precedenza ha accennato ai bambini disabili. Come si relaziona la psicomotricità con importanti disturbi mentali o fisici?
“Da molti anni ormai, specie nei grandi Centri della Sanità Pubblica o nel Privato Convenzionato, si può accedere a terapie qualificate e specifiche per le diverse disabilità. Più in generale, nei casi di patologia conclamata o disabilità, è fondamentale il lavoro “in rete”. Nel mio caso, spesso faccio da tramite fra famiglia, scuola e neuropsichiatra (o psicologa) di riferimento. E’ un modello di lavoro efficace e all’avanguardia, che prevede in alcuni casi la collaborazione anche di altre figure professionali, come al esempio la pedagogista o la logopedista. Il concetto su cui si basa la psicomotricità? Il bambino, in quanto tale, esprime le sue emozioni (paure, affetti, sensibilità, eccetera) principalmente attraverso il corpo, perché - almeno fino alla pre-adolescenza - è questo il tramite essenziale attraverso cui egli manifesta anche i contenuti della sua mente e della sua psiche. Oggi per poter praticare la professione sanitaria occorre il conseguimento della Laurea di primo livello (triennale) in Terapia della Neuro e Psicomotricità dell'età evolutiva. Con la Laurea, introdotta a partire dal 2001, la professione ha raggiunto - finalmente - lo status di terapia sanitaria, dopo un ventennio di "limbo" in cui hanno operato in tanti senza un adeguato riconoscimento professionale. Per praticare invece la professione di psicomotricista, in ambito socio-educativo, occorre aver frequentato un corso delle medesima durata, presso una delle scuole private presenti sul territorio.
INTERVISTA pubblicata su PIU' SALUTE - Medicina e benessere dal tuo farmacista - Federfarmaco - anno V numero 5 - sett.ott.2009.
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