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INTERVISTA AD ANDREA BONIFACIO, PRESIDENTE ANUPI

a cura di Ferruccio Cartacci

 

La fine del 2010 ci è sembrato il momento adatto per fare con il Presidente ANUPI, il dott. Andrea Bonifacio, il punto sul decennio passato, caratterizzato da una forte evoluzione del quadro di fondo in cui operano gli psicomotricisti e ora i TNPEE.

Ci puoi raccontare la storia di questi anni, che hai seguito in gran parte come primo responsabile dell’associazione, prendendo il «testimone» di Mauro Zaccaria?

L’ANUPI è la prima associazione costituita dagli psicomotricisti italiani nel 1987; dal 2005 è anche Associazione Rappresentativa, per Decreto Ministeriale, dei Terapisti della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva.

In questi anni si è posta nella scena politica con forza, facendo importanti scelte di campo. In primo luogo è stato fondamentale il percorso, iniziato nel 1995, attraverso l’accordo formalizzato con il Collegio dei Professori Ordinari della Neuropsichiatria infantile, per la nascita della figura del TNPEE, in risposta alla normativa che in Italia stava definendo e istituendo i profili professionali della riabilitazione e i corrispondenti percorsi formativi universitari.

 

 

È stato un accordo di integrazione e reciproca riqualificazione tra gli psicomotricisti formati fino ad allora in scuole triennali private e i primi TNPEE diplomati nelle scuole dirette a fini speciali universitarie, nella prospettiva della costituzione della nuova figura del TNPEE, avvenuta nel 1997.

L’ANUPI ha affrontato la complessità di questa scelta innanzitutto al fine di salvaguardare la posizione lavorativa di migliaia di psicomotricisti, non solo di quelli iscritti all’associazione, che fino a quel momento svolgevano la loro professione presso le strutture sanitarie nazionali e che necessitavano di un titolo di laurea corrispondente alle richieste ministeriali. Mi sento di dire che si è trattato di un «atto dovuto» alla psicomotricità italiana che, dai primi anni Settanta, aveva contribuito alla creazione di una figura ben preparata e utilissima in molti contesti d’intervento, riconosciuta sul campo grazie alla validità della formazione e dei modelli teorico-pratici di riferimento.

Non a caso numerose istituzioni in quegli anni si sono mosse per facilitare soluzioni che permettessero la realizzazione di tale progetto. Ma la motivazione che all’epoca ci ha spinti a sostenere il progetto del TNPEE è stata soprattutto di ordine culturale, nel cogliere la possibilità di lanciare anche in ambito accademico i contenuti specifici della nostra professione e di ampliare il nostro raggio d’azione.

Puoi dare una valutazione di questa operazione?

In merito alla questione della salvaguardia, il percorso è ormai completato per la maggior parte dei professionisti in possesso di titoli ottenuti prima dell’entrata in vigore della nuova normativa. Nonostante le difficoltà e le frustrazioni, in quegli ambiti universitari dove c’è stata una sinergia tra gli intenti espressi e le complesse procedure amministrative, l’accordo politico è stato rispettato e si è tenuto fede agli impegni.

L’operazione ha presentato numerose criticità; per molti si è trattato di un percorso faticoso ed estremamente dispendioso anche in termini economici. L’associazione ha svolto, com’è logico, un ruolo di supporto logistico e di comunicazione per supportare i colleghi in tutti i passaggi burocratici e organizzativi, in alcuni casi sostenendo anche a livello legale l’affermazione dei diritti acquisiti sul campo.

Colgo l’occasione per ringraziare i numerosi rappresentanti del Direttivo Nazionale e i coordinatori regionali che in questi anni hanno svolto un compito di servizio oscuro, totalmente gratuito ma importantissimo per tutti i colleghi, anche non soci, coinvolti nei percorsi straordinari. In conclusione, mi sento di dire che si è trattato di un passaggio epocale per tutti noi, che ha modificato per sempre la storia della psicomotricità in Italia; l’ANUPI ha tenuto fede all’impegno che il compianto Mauro Zaccaria aveva preso con tutti i nostri soci.

Restano molte zone d’ombra e la parte riguardante i passaggi culturali è in gran parte da costruire, ma sono convinto dell’assoluta validità di questa scelta, viste anche le modificazioni epocali che sono avvenute negli ultimi quindici anni nel mondo della clinica e della ricerca.

Senza questo nuovo posizionamento politico e culturale dell’associazione, avremmo corso seri rischi di una progressiva emarginazione del nostro mondo, mentre oggi abbiamo l’occasione di dire la nostra in tante occasioni e a diversi livelli.

L’operazione, come già accennato, non è stata solo finalizzata all’ottenimento del titolo, ma ha rappresentato un progetto a più ampio raggio: avvicinare il mondo della psicomotricità, con la ricchezza delle sue prospettive cliniche e applicative, al mondo accademico e della ricerca, cercando di affrancarla da una certa autoreferenzialità, rendendola presente nell’iter formativo di base dei percorsi universitari, cercando un linguaggio idoneo che unificasse i bagagli culturali e li ponesse in una fertile interfaccia con altre figure professionali vicine. Molti TNPEE che si sono avvicinati all’ANUPI in questi anni hanno partecipato attivamente a questo processo.

L’ANUPI, grazie anche al riconoscimento ministeriale, è entrata a tutti gli effetti in contatto con le istituzioni ufficiali, quali i Ministeri dell’Università e della Salute, pure nelle sue ramificazioni locali, data l’importanza dell’articolazione regionale, ad esempio, in campo sanitario. Rappresentatività che non è stata mai isolata, ma che risulta collocata all’interno di una rete di altre associazioni e di organismi rappresentativi di tutte le professioni sanitarie.

 

 

Hai fatto riferimento a corsi di laurea per TNPEE che hanno assimilato solo a livello formale lo spirito dell’operazione di cui ci hai parlato. Che influenza può avere l’ANUPI nei confronti di queste realtà, perché si realizzino progetti formativi di maggior qualità?

Il problema ha una natura prevalentemente organizzativa e strutturale e riguarda la formazione di tutte le professioni sanitarie, anzi direi che riguarda tutta la formazione universitaria in generale. Attualmente i corsi di laurea sono alle prese con la revisione degli ordinamenti didattici, in risposta all’ultima riforma universitaria, e le associazioni hanno un ruolo di verifica e garanzia di tale revisione.

L’ANUPI come sempre sta facendo la sua parte, ma è anche importante, da parte di tutti, conoscere il complesso mondo delle procedure istituzionali e sapere che bisogna rispettarle rigorosamente per il corretto esercizio del proprio ruolo.

In questo spazio non è possibile dilungarsi su questioni di natura tecnica, peraltro fondamentali per capire alcune criticità ed evitare letture parziali o persecutorie. La posizione di rappresentatività e gli ottimi rapporti dell’ANUPI sul piano istituzionale, nazionale e locale ci permettono di avere il quadro aggiornato della situazione e di poter progettare, con serenità, scenari formativi che si collochino in continuità con il percorso universitario di base, in un’ottica formativa di secondo livello. Tale progettazione ha già avuto inizio e nel corso del prossimo triennio si declinerà attraverso percorsi organizzati per i nostri associati, che verranno presentati a breve dai nostri organi di comunicazione.

Dopo l’integrazione nell’ANUPI della figura del TNPEE, ci sono ora, immagino, nuovi obiettivi da raggiungere...

Sul piano professionale oggi l’obiettivo politico principale che stiamo prefigurando è quello di portare a conclusione l’importante battaglia per ottenere la costituzione di Ordini delle professioni sanitarie, finalizzati soprattutto alla tutela degli utenti, dei cittadini e al miglioramento della «governance sanitaria».

Lo scenario è caratterizzato da luci e ombre: sembrano essere presenti in generale significativi ostacoli alla realizzazione di questo processo. In particolare per i TNPEE c’è la necessità di rafforzare la presenza sul territorio e ampliare l’informazione soprattutto verso gli enti locali, a volte poco inclini a riconoscere l’importanza di una figura che si dedica in modo specifico allo sviluppo.

L’ANUPI deve essere sempre di più un punto di riferimento per i giovani laureati TNPEE, spesso confusi e disorientati rispetto a una realtà lavorativa diversa da quanto prospettato durante il percorso universitario. A questo proposito diventa fondamentale rafforzare e valorizzare il lavoro delle sezioni regionali e di tutti gli organi dell’associazione orientati a una comunicazione esauriente, rapida e capillare per tutti i professionisti.

L’operazione politica ad ampio respiro programmata circa dieci anni fa e conclusasi di recente non ci ha permesso di approfondire sul piano culturale le sfaccettature, le trasformazioni, i cambiamenti di significato riconducibili alle differenze e alle specificità dei termini e dei concetti utilizzati nel nostro campo di azione. Sicuramente in questi anni si sono creati equivoci, contraddizioni e confusioni in merito alle caratteristiche epistemologiche, formative e cliniche della psicomotricità.

Obiettivo dell’ANUPI sarà affrontare questa realtà complessa, d’altronde difficilmente fotografabile perché in continua evoluzione e con articolazioni locali varie, costruendo un dibattito interno per fare sempre più chiarezza riguardo alle definizioni, ai mansionari, ai patrimoni culturali che si intrecciano.

Siamo già impegnati nello sforzo di riposizionare i principi di cui siamo depositari e che riteniamo ancora validi, sollecitati anche dalla ricerca in corso che, nel campo delle neuroscienze, della clinica riabilitativa, della psicologia dello sviluppo, ci offre conferme e ci impone ulteriori elaborazioni.

Ad esempio, mi sentirei di dire che l’attuale termine TNPEE sembra raffigurare ancora una giustapposizione di campi e non rappresenta a pieno il profilo potenziale sottostante, quello di un operatore che raccoglie la complessità dello sviluppo, che interpreta le esigenze più strettamente riabilitative e quelle globalmente terapeutiche.

D’altronde la tradizionale figura dello psicomotricista non può che integrarsi con i nuovi apporti della neuropsicologia e della psicopatologia, nella direzione del senso più profondo e integrato dello sviluppo umano. Inoltre la centralità del binomio movimento-azione deve coniugarsi strettamente e sempre più ai processi percettivi, attentivi, adattivi.

E ancora: ci sono numerose casistiche di forme di disagio infantile che non comportano un’importante disorganizzazione dello sviluppo, ma difficoltà psicologiche di altro genere, alla cui soluzione il terapista può dare in alcuni casi un suo forte contributo, integrato ad altri interventi di consulenza genitoriale o familiare. È un ambito particolare che necessita di una maggior definizione.

Parlavi prima di un’apertura dell’ANUPI alla ricerca contemporanea: quali sono i settori privilegiati?

Si è realizzato da diversi anni un nostro rapporto con l’AISMI, collegata allo Zero to Three, un’organizzazione d’avanguardia nel campo della psicopatologia infantile e dei suoi segnalatori precoci.

Alcuni rappresentanti ANUPI collaborano con l’associazione e sono presenti negli organismi direttivi. Un evento recente che ha decretato con forza questa sinergia è stato il Convegno di Napoli, del maggio scorso, la cui organizzazione ha visto un nostro importante impegno e la partecipazione di numerosissimi nostri soci. Alcuni di essi hanno presentato contributi importanti.

Seguiamo assiduamente il lavoro che si sta compiendo nel campo dell’Infant Research; abbiamo avuto molti contatti con D. Stern in particolare, il quale proprio a Napoli ha compiuto un’importante apertura verso la psicomotricità.

Un grande sodalizio si è realizzato con Vittorio Gallese, esponente di spicco della ricerca nell’ambito della neurofisiologia italiana, in particolare in merito alle applicazioni della scoperta dei «neuroni specchio» in ambito riabilitativo: con lui abbiamo avuto molti momenti di confronto, personali e pubblici.

Siamo presenti in numerosi «tavoli tecnici» scientifico-istituzionali relativi all’individuazione di sistemi efficaci e scientificamente corretti e validati per l’intervento in diversi ambiti patologici.  Inoltre con Erickson, editore della nostra rivista, è in corso una collaborazione sempre più stretta e un rapporto di stima e fiducia reciproche.

A proposito della rivista «Psicomotricità», mi sembra che il suo ruolo si stia consolidando nel tempo. Lo dico da redattore, ma voglio conoscere il tuo parere.

Sono molto soddisfatto come Presidente, ma soprattutto come lettore, dell’evoluzione della nostra rivista in questi ultimi anni. Anche in questo caso, il passaggio a una nuova casa editrice è stato giustamente vissuto da qualcuno come una criticità: per me e altri rappresentava un tassello fondamentale e un’ulteriore possibilità nel percorso di confronto e di crescita a livello nazionale e anche di misurazione delle nostre effettive capacità.

Mi sembra che la risposta migliore venga proprio dal nostro editore, che ci conferma come la rivista sia letta e acquistata da centinaia di lettori non soci ANUPI. Personalmente la trovo uno strumento di lavoro e di informazione utile sia per la varietà e la ricchezza degli argomenti, sia per lo stile rigoroso degli articoli, ma soprattutto per il tentativo spesso riuscito di far dialogare tra loro saperi diversi, contestualizzati nel tempo e nella società attuali.

Molte istituzioni educative, dal nido alla scuola primaria, richiedono consulenze per organizzare attività e formare il loro personale a uno stile pedagogico psicomotorio: come si muove l’ANUPI in questo campo?

Ti ringrazio per questa domanda, perché mi permette di chiudere il cerchio rispetto al discorso sulla necessità di chiarire e definire la psicomotricità, i suoi modelli teorici e i suoi campi applicativi. Un ambito al quale l’ANUPI ha sempre rivolto molta attenzione è quello dell’educazione e prevenzione psicomotoria che nasce prevalentemente da influenze francesi, ma si è affermata in Italia con forme e stili propri.

La ricerca in questo campo non si è mai fermata e negli ultimi anni, all’interno dell’ANUPI, grazie agli sforzi del «Gruppo di lavoro per la Progettazione in ambito socio-educativo», oltre alla pubblicazione di testi fondamentali per orientarsi in quest’ambito, è nata l’idea di dare una forma più specifica e visibile allo psicomotricista in campo educativo, quella di un professionista che necessita di una chiara cornice epistemologica, un campo definito d’intervento, metodologie di osservazione, di conduzione e di verifica.

Così ci siamo mossi in questa direzione, sollecitando e intercettando le motivazioni di alcuni ambiti universitari al fine di costruire percorsi formativi in cui il professionista potesse acquisire le dovute competenze teoriche, pratiche e personali.

L’esperienza del Master in Psicomotricità Educativa, che sta terminando il suo primo ciclo, attivato presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione e dalle Facoltà di Scienze Motorie, Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università degli studi di Bologna, è stato un progetto d’avanguardia che si è tradotto in una realtà innovativa e vitale, nella quale si è provato a integrare, e non solo a giustapporre, il sapere accademico e la tradizionale formazione psicomotoria.

Coniugando, ad esempio, una teoria che attivi sensi ed emozioni, una formazione corporea ricca di una forte funzione riflessiva, per costruire una professionalità che non si chiuda in un setting «sacrale», ma si inserisca dentro complessivi progetti pedagogici. Ci stiamo orientando verso una formazione e un riconoscimento dello psicomotricista educativo che preveda un curriculum di base già riconosciuto nella laurea in campo psicopedagogico, un master universitario (o l’equivalente in campo privato), oltre a percorsi di specializzazione organizzati dall’ANUPI o altre agenzie private.

Il sito ANUPI è stato recentemente rinnovato: qual è il progetto che ha improntato questa nuova veste editoriale?

È vero, il sito ha un’impostazione nuova: innanzitutto è più chiaramente articolato nelle due direzioni operative principali, quella socioeducativa e quella sanitaria, e vuole diventare uno strumento molto più interattivo e non una semplice «vetrina» silenziosa di eventi e informazioni.

Ogni sezione regionale ha un proprio spazio, così come ogni organo dell’associazione; il singolo socio potrà interagire con il sito e presentarsi agli altri colleghi e all’utenza. C’è una maggior presenza di documenti da consultare relativi a convegni, seminari, oltre a numerosi articoli della nostra rivista.

La presenza di una redazione è garanzia di un vero e proprio progetto editoriale; il sito rappresenta una nuova scommessa a cui tengo moltissimo e lo ritengo un volano per lo sviluppo futuro dell’associazione.

C’è un’impostazione nuova, la redazione lavora moltissimo e il 2011 sarà l’anno per organizzare al meglio questo nuovo strumento dell’associazione, che richiede il contributo di tutti non solo nella sua fase iniziale, ma soprattutto per il suo mantenimento e arricchimento nel tempo.

L’ANUPI, come organizzazione interna, come si è evoluta o si evolverà in questi anni?

La più grossa evoluzione riguarda il progressivo affermarsi di una maggiore autonomia delle sezioni regionali, molto sollecitata anche da noi come Direttivo Nazionale. Il nostro obiettivo di fondo è che le sedi decentrate assumano una sempre maggiore autonomia per impegnarsi politicamente nel loro specifico territorio.

L’esperienza della Toscana, partita nel 2009, mi sembra ci stia dando ragione, ma il lavoro è ancora lungo. Ritengo altresì fondamentale per il futuro che l’ANUPI si possa articolare, come network, in realtà complementari, sinergiche, ma anche con gradi diversi di autonomia, per evitare un’eccessiva sovrapposizione di funzioni, che a lungo andare potrebbe generare confusione e bloccare l’attività.

Non sarà sempre possibile conciliare la dimensione di rappresentatività politica con le istanze scientifiche o le attività formative e culturali che ci hanno sempre caratterizzato e che considero uno dei nostri fiori all’occhiello.

Prossimi impegni e scadenze dell’ANUPI?

È prevista l’assemblea nazionale dell’associazione nella primavera 2011, con all’ordine del giorno gran parte dei temi affrontati in questo articolo. In questi giorni stiamo preparando il planning delle attività del 2011, a livello sia nazionale che regionale.

Quest’anno sarà particolarmente ricco di iniziative, che saranno comunicate ai soci entro gennaio 2011, con la lettera di rinnovo.

Stiamo preparando inoltre il nostro prossimo congresso nazionale, ma questo è ancora «top secret»!

 

Editoriale della Rivista Psicomotricità n. 41 - Edizioni Erickson - pubblicata nel mese di Aprile 2011

 

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