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GLI PSICOMOTRICISTI


Gli psicomotricisti sono professionisti provenienti dall'area formativa umanistica (insegnanti, educatori, psicologi, formatori) o TNPEE, che abbiano conseguito un diploma triennale in psicomotricità o fequentato un Master universitario specifico, documentando un percorso formativo riconosciuta dall’Associazione.

- Svolgono con titolarità ed autonomia professionale gli interventi psicomotori in ambito preventivo ed educativo, diretti a promuovere la salute, armonizzare lo sviluppo della personalità, prevenire il disagio infantile.

- Collaborano con educatori, insegnanti, pedagogisti, personale degli enti locali, professionisti delle aziende sanitarie locali che operano nella  scuola ed operatori socio-assistenziali.

- Possiedono una formazione teorica e pratica nelle aree dello sviluppo infantile, della pedagogia, del gioco, delle categorie psicomotorie dell’azione, del tono muscolare, della postura, della comunicazione non verbale, nella osservazione psicomotoria e nella metodologia di conduzione del gruppo.

- Possiedono altresì una formazione corporea che consente loro di mettersi in gioco e di utilizzare la dinamica corporea come strumento d'integrazione delle funzioni mentali e delle relazioni interpersonali.

 

AZIONE E INTERAZIONE

 

Gli psicomotricisti intervengono sull'azione del bambino e del gruppo portando il loro contributo di senso, dando ordine e connessione all'azione, in particolar modo laddove ordine e coerenza sono carenti. Tutto ciò avviene in un quadro, una cornice, che è quella del gioco, il contesto primario all'interno del quale si muovono gli psicomotricisti.

L'attenzione al gioco, alla sua presenza o alla sua assenza, alla sua coerenza, al suo instaurarsi e al suo evolversi verso il giocar bene, ma anche la forma del gioco: il gioco sensomotorio, d'imitazione, di ruolo, di regole.

Gli psicomotricisti intervengono rispettosamente nel gioco dei bambini per arricchire, variare, potenziare l'azione, agendo principalmente sugli spazi e sui tempi, introducendo gradualmente nuovi stimoli e nuovi oggetti, all'interno di un setting intenzionalmente pensato.

 

I CONTESTI


Gli psicomotricisti operano oggi in diversi ambiti e con diversi obiettivi, diversi patti, diversi contratti.

Vi sono psicomotricisti che operano come insegnanti o educatori e che inseriscono l'Educazione Psicomotoria all'interno del progetto educativo delle loro Scuole, Nidi o Centri Educativi.

Altri che lavorano come esperti esterni in convenzione con le scuole, nell'ambito delle normative che regolano l'autonomia del singolo istituto ed all'interno del Piano dell'Offerta Formativa progettato dal Collegio Docenti.

C'è anche chi opera in centri privati e che oltre a sviluppare interventi psicomotori educativi e preventivi di gruppo, svolge anche percorsi individuali, mirati al supporto di bambini che presentano semplici difficoltà evolutive. Parliamo per questo caso di intervento preventivo, perchè centrato sul potenziamento delle abilità personali.

In ambito educativo gli psicomotricisti si pongono come obiettivo lo sviluppo armonico dei bambini sul piano della sensomotricità, della capacità comunicativa e relazionale, della capacità di simbolizzazione, operando per favorire e sostenere non solo lo sviluppo del gioco e della comunicazione, ma anche il passaggio al pensiero operatorio, al decentramento cognitivo ed alla reversibilità del pensiero.

Gli psicomotricisti operano in misura privilegiata sui gruppi, favorendone la coesione e l'integrazione attraverso il gioco spontaneo e l'azione creativa, facilitando la realizzazione di ambienti educativi accoglienti e facilitanti.

Questa attività sono state pensate per facilitare l'inserimento e l'evoluzione psicofisica degli alunni portatori di handicap inseriti nelle realtà scolastiche ed educative, ma anche l'accoglienza i bambini di diverse nazionalità, favoriti da quel linguaggio universale che è il gioco corporeo.

E' per questo che l'intervento psicomotorio è entrato a far parte di quelle attività rivolte alla promozione del benessere ed alla prevenzione del disagio nell'infanzia.

 

GLI OBIETTIVI:

 

1) Lo sviluppo del piacere sensomotorio:
Il piacere di muoversi, di vivere il movimento attraverso tutto il proprio corpo: correre, rotolare, saltare, strisciare, sperimentare il piacere della velocità e della lentezza, della rigidità e della tensione, perdersi e ritrovarsi nella caduta, il piacere di sentirsi. La fluidità e la spontaneità nell'azione sono alla base di un sano sviluppo corporeo e psichico, facilitano una comunicazione più fluida con i pari e divengono basi per la capacità costruttiva ed ideativa delle successive fasi di sviluppo.



2) L'evoluzione e la facilitazione dei processi di comunicazione:
Il favorire la possibilità di vivere la relazione con gli altri, di essere soggetti di comunicazione verso gli altri bambini e gli adulti, attraverso il movimento condiviso con l'altro, con gli oggetti e la loro utilizzazione, scoprendo e riscoprendo le possibilità di movimento nello spazio strutturato della psicomotricità, sperimentando ed utilizzando una comunicazione non necessariamente mediata dal linguaggio verbale.
La capacità di esprimere le proprie emozioni e comunicarle agli altri favorisce la creazione di legami e la capacità di progettazione condivisa, passaggi basilari per i successivi processi di socializzazione.

 

 

3) Creatività e Creazione:
Sviluppare la creatività del bambino come rottura delle stereotipie, delle ripetitività nel movimento e nel gioco, permettendogli di investire lo spazio e gli oggetti con la propria capacità immaginativa;
Favorendo la simbolizzazione delle relazioni vissute con lo spazio, gli oggetti, gli altri attraverso il disegno, la costruzione. Dall'azione creativa si sviluppa un linguaggio carico di significati, in grado non solo di descrivere e narrare un'esperienza, ma anche di generare nuove esperienze e nuovi progetti, di ideare e progettare.

 

4) Distanziazione e apertura al pensiero operatorio.
Vivendo la sua relazione con lo spazio, gli oggetti, gli altri, progressivamente ordinando ed appropriandosi di concetti di base (forte/debole, lontano/vicino, grande/piccolo) e successivamente sperimentando l'uguaglianza e la non uguaglianza, l'ordine ed il disordine, il simmetrico e l'asimmetrico nel fare giocando, nel costruire e nel distruggere, il bambino mette le basi della rappresentazione mentale, del pensiero operatorio, della capacità di progettazione mentale. La capacità di prendere distanza dall'esperienza vissuta nel gioco e di saperla narrare attraverso il disegno e la parola permette ai bambini di comprendere meglio la propria esperienza e di non farsi travolgere dagli aspetti emotivi, dagli impulsi immediati e dalle paure. In questo la psicomotricità intende dare il proprio contributo rispetto ai processi di regolazione corporea ed emotica, così importanti nei percorsi di crescita.

 

LO SPAZIO PSICOMOTORIO


Lo spazio della psicomotricità è lo spazio in cui lo psicomotricista lavora, non sempre è possibile trovare uno spazio ottimale, la sala di psicomotricità, perfettamente attrezzata e ben suddivisa.

Nonostante ciò quello della psicomotricità è e deve essere uno spazio ben definito, non casuale, sempre lo stesso, lo spazio in cui ci si ritrova per incontrarsi, ci si trova periodicamente per giocare bene insieme.

"Ieri abbiamo fatto… - dicono spesso i bambini - ma si, ieri ! Quando siamo venuti !"

Magari sono passati giorni, ma è il tempo del loro desiderio, della loro affettività. Segnano così, la continuità dell'esperienza che hanno vissuto.

Per questo lo spazio della psicomotricità è un elemento fondante, non occasionale della pratica psicomotoria Si deve ritrovare com'era, ordinato, per poi usarlo, disordinarlo, confonderlo ed infine riportarlo al suo ordine iniziale.

E' uno spazio di sicurezza, di rassicurazione, è un contenitore che ha dei limiti e limita, è un contenitore e contiene non solo fisicamente, ma anche emotivamente attraverso il ruolo giocato dallo psicomotricista; è un spazio speciale, protetto e ci sono cose che si possono fare solo lì. E' uno spazio chiuso, che costituisce un dentro ed un fuori, che indica un limite, un contorno ed un confine, non solo topologicamente.

E' uno spazio dell'emozione e dell'affettività, uno spazio che si deve ritrovare volentieri e che spesso si lascia con dispiacere. E' uno spazio dunque dotato di identità, di significati, di senso.

Troppo spesso gli spazi in cui viviamo ne sono privi, ma soprattutto ne sono privi gli spazi dedicati all'educazione, e spesso proprio questa assenza di senso, di identità, questa difficoltà di riconoscerli e riconoscersi in essi, sono elementi che favoriscono il disagio, la disaffezione.

 

IL TEMPO


La stanza definisce un dentro ed un fuori, e quindi un prima ed un dopo, e vi è una ritualità nel richiedere che vengano fatte operazioni precise prima di entrare, ci si cambia, si tolgono le scarpe, si ordinano e poi si entra. Anche qui con ordine, magari uno per volta salutando e dicendo il nome, o insieme e mettendosi in cerchio. Si entra, non si irrompe.

Nel cerchio si parla, si ricorda quanto si è fatto o si dice qualcosa che urge: è nato un fratellino, si è stati male, è caduto un dente (e quanti ne cadono in quella fascia d'età), è successo qualcosa al gatto; lo psicomotricista ricorda le regole, poche, chiare, sempre. Ricorda che annuncerà la fine per tempo, che si dovrà riordinare e poi tornare in cerchio.

Ed alla fine si riordina, si torna in cerchio e nel cerchio si racconta quanto si è fatto, si prende la distanza da quanto si è vissuto, si mettono le parole sulle azioni. Questi momenti definiscono l'inizio e la fine, sono due punti che definiscono un segmento, un segmento di tempo, una durata.

Suggeriscono un ordine.

E contribuiscono all'ulteriore rafforzamento dell'organizzazione spazio - temporale. E' un tempo definito, vissuto affettivamente ed emotivamente. Un contenitore.

Ed è un tempo che si ripete a scadenza fissa, una, due volte alla settimana, sempre allo stesso giorno ed alla stessa ora, sia che il progetto copra un intero anno scolastico, sia che si limiti ad un ciclo di incontri (almeno 10 di solito nei progetti che proponiamo).

LE REGOLE


Dunque, lo spazio ed il tempo come contenitori, e in questo spazio ed in questo tempo un ulteriore contenitore, le regole proposte dallo psicomotricista, poche ma fondamentali per permettere un gioco ricco di significati personali e di : il non far male, il non farsi male, il rispetto del gioco e degli spazi degli altri. Regole spiegate e giustificate ad ogni incontro, regole condivise con i bambini, mattoni di una casa in cui imparare a giocare bene, comunicare bene, condividere.

Le regole garantiscono uno spazio di espressione corporea ed emotiva, rappresentano una legge condivisa tra i grandi e lo psicomotricista in quel momento ne è il garante.

Non sono regole mirate alla repressione della libera espressività del bambino, sono regole mirate a definire e contenere le modalità della relazione di gioco, in rapporto al sé, allo spazio, al tempo, ai materiali, ai compagni. Sono un contenitore sociale, che permette l'espressione di tutti nel rispetto degli altri. E sono le regole che verranno richiamate dallo psicomotricista, se occorre, piuttosto che il singolo bambino.


L'AZIONE PSICOMOTORIA


All'interno di questa cornice, definita da spazio, tempo e regole, si svolge, si sviluppa, l'attività, il gioco dei bambini. L'adulto psicomotricista interviene a partire dalla sua formazione personale e professionale con una funzione che prima di tutto è di ascolto e comprensione dell'espressività psicomotoria del bambino, del suo dirsi nell'azione, attraverso la relazione con lo spazio e i materiali, in un percorso che ricerca un'integrazione costante tra tono, movimento, azione, emozione, affettività e conoscenza.

Lo psicomotricista ascolta con un'attenzione tonica ed emozionale l'emozionalità del bambino, così come ascolta il suo disagio e il suo benessere, il suo piacere od il suo dispiacere sul piano senso motorio ed interviene per adattare gli spazi e i materiali, per strutturarli, in modo da facilitare il gioco nei suoi diversi livelli ed articolazioni: sensomotorio, simbolico o cognitivo. Così come interviene per favorire la comunicazione tra i bambini, la creatività, le attività cognitive, ma con equilibrio e misura, facendo attenzione a non sovrapporre il proprio pensiero, il proprio progetto di gioco, all'espressione autonoma del bambino.

I MATERIALI


Nell'attività psicomotoria un ruolo importante hanno gli oggetti. Oggetti semplici che consentano un uso facilitante, che il bambino possa usare, e lo psicomotricista proporre, per favorire lo sviluppo del gioco senso motorio, il gioco simbolico il passaggio all'attività cognitiva: materassi, panche, assi, spalliere, scale dritte e curve, che consentano l'arrampicarsi, lo scivolare, il cadere, il gioco di equilibrio; ma anche tessuti, corde, blocchi di gommapiuma, cerchi, pupazzi, per travestirsi, fare la casa, il treno, la navicella spaziale;

Materiali da costruzione in legno (multipli e sottomultipli), carta, pennelli, colori a dita, creta per distanziarsi, dominare la rappresentazione mentale, progettare e realizzare.

Il ruolo degli psicomotricisti è quello di fornire ai bambini i materiali utili per lo sviluppo delle abilità che consequenzialmente intenderà attivare, secondo i diversi livelli di sviluppo ed in base alle problematiche emergenti, favorendo ed incanalando con il proprio supporto, l'azione e l'interazione creativa dei bambini.

 

EDUCAZIONE E PREVENZIONE


Quello sinora descritto è il modo interno di operare di uno psicomotricista, quello in cui la maggior parte degli psicomotricisti si riconosce, compreso di spazi, tempi, materiali e modo di operare. Poi ciascuno porta nella sua azione i propri quadri teorici, l'arricchimento derivato dalla formazione continua, la propria cultura. In qualche modo questa modalità non varia al variare dei contesti.

Ma variano gli obiettivi. A volte viene richiesto un intervento di psicomotricità per aumentare l'offerta formativa, ma altre volte dietro questa richiesta si cela una situazione di difficoltà, una disarmonia del gruppo, la presenza di bambini aggressivi o inibiti. Questi ultimi più raramente perché difficilmente si fanno notare, e comunque, non disturbano. Talvolta c'è un dubbio, un bambino non capito, un gruppo difficile da gestire. Sempre più spesso negli ultimi tempi quello che ci viene richiesto è un intervento che assume i caratteri della prevenzione. Come intervento sul disagio o come identificazione precoce delle situazioni di rischio.

E' bene definire con chiarezza il tipo di intervento che viene richiesto, definirne gli obiettivi, gli spazi i tempi, le modalità di verifica e di condivisione, il rapporto che si andrà a stabilire con i genitori. Che sia ben chiaro il contesto in cui si opera, ben definiti i patti educativi che si stabiliscono, ben delineato il contesto di lavoro, come ben definiti devono essere i ruoli degli adulti che interagiscono: insegnanti , genitori, psicomotricisti, nel reciproco rispetto e nella reciproca collaborazione.

Una pratica educativa pienamente condivisa tra gli adulti è già di per sé è preventiva, producendo benessere relazionale struttura alleanze e previene il disagio.

 

 

ATTIVITA' EXTRASCOLASTICHE

Lo spazio ed il tempo dei bambini non si limita alla scuola e non finisce con la famiglia. Sul Territorio, nel Sociale, se preferite, quello che si osserva è una progressiva modificazione della richiesta che viene dalla società e dalle famiglie, ed è una richiesta che ha una sua prima origine nella necessità di avere qualcuno che si occupi del bambino nel tempo extra scuola ed un suo corrispettivo nelle richieste, che alla scuola stessa arrivano, di occuparsi del bambino al di là del suo specifico compito istituzionale, assumendosi e facendosi carico di compiti educativi che spesso la famiglia, per impegno lavorativo o per fragilità sociale e culturale, non è più in grado di assumersi in toto.

Non vogliamo certo in questo spazio analizzare le modificazioni del ruolo della famiglia nella nostra società, ma certamente non possiamo non osservare questa modificazione di ruolo e di impegno, proprio perché sempre più la famiglia stessa rivolge a chi opera con i bambini una richiesta di aiuto esplicita od implicita, a cui anche noi dobbiamo trovare il modo di rispondere senza per questo assumere ruoli che non sono i nostri, ma neanche accettare, di fronte all'insorgere sempre più rilevante del disagio dei bambini, la banale e generalizzata risposta di farne risalire alla famiglia la responsabilità unica. Attivando e definendo per questo precisi processi di io - educazione, di corresponsabilità educativa, di, diciamolo con la legge "sostegno alla genitorialità".

 

IL GIOCO A RISCHIO


Sul Territorio quello che osserviamo è un passaggio da una visione generalmente educativa, legata allo sviluppo della persona, ad una visione generalmente istruttivo/formativa, legata all'acquisizione di competenze, all'erogazione di prestazioni, alla preparazione alla performance; dunque fare sport, imparare ad usare uno strumento, apprendere una lingua, imparare a danzare, essendo poi in grado di darne prova. E su questo terreno si avvia sempre più, purtroppo, anche il sistema pubblico dell'istruzione.

Per carità, tutto questo è giusto ed utile al bambino, ma il gioco?
La dimensione del gioco?
Il territorio è lo spazio più ovvio per il gioco, è lo spazio del tempo libero, della vita quotidiana, è lo spazio in cui il bambino può finalmente incontrare gli altri, nutrirsi del suo alimento indispensabile, il gioco. Questo non accade perché su questa strada incontra l'ostacolo dell'assenza di spazi attrezzati e sicuri, e incontra soprattutto la paura degli adulti nel portarlo e tanto più nel lasciarlo in spazi in cui possa autonomamente e, per quanto possibile da solo, giocare.

Nel provare a vivere ed analizzare la realtà territoriale ci siamo trovati spesso, se non sempre, ad incontrarci e scontrarci con il problema della società e del territorio come ambiente insicuro. Questa visione rende difficile per i bambini vivere realmente il proprio territorio, perché non possono andare liberamente in giro, non possono distaccarsi, diventare autonomi. Devono essere portati in spazi dedicati ed in questi spazi, sempre più determinati dai desideri e dai bisogni degli adulti, finire per giocare in gabbie protette. E non lo diciamo in modo paradossale. In alcune zone della nostra città sempre più spesso lo spazio gioco privilegiato e sicuro è quello dell'ipermercato o dell'Ikea, che tanto pensa al bambino ed ai suoi spazi, anche se per motivi diversi dai nostri.

E' dunque soprattutto il gioco che è a rischio, è questo il fattore di crescita che sempre più viene a mancare in ambito territoriale. Il gioco è il luogo privilegiato dell'espressione della globalità, è nel giocare che il bambino si dice più pienamente attraverso il movimento, vive la tonicità, attualizza l'immaginario, vive e rivive la realtà quotidiana, si apre al racconto, alla narrazione, inventa, progetta, costruisce.
Il gioco è una condizione della crescita, ed il gioco è l'aspetto fragile della vita territoriale. Certo altri ve ne sono, ma al centro della nostra attenzione c'è il bambino.

 

GLI OBIETTIVI DELL'INTERVENTO TERRITORIALE


L'obiettivo centrale all'interno del quale l'attività dello psicomotricista sul territorio va collocata è la promozione del benessere del bambino.

Per realizzare il suo benessere il bambino ha bisogno che siano garantiti i suoi diritti, e fra questi, non secondario il diritto al gioco. Il gioco, il gioco sensomotorio, il gioco simbolico è quello che noi offriamo al bambino che viene a fare psicomotricità all'interno dei nostri progetti.

La pratica che proponiamo in ambito territoriale è una pratica educativa al cui centro sta l'attività ludica come fattore di benessere primario per il bambino ed il giocar bene come fattore di crescita.
Spesso però per alcuni di questi bambini il gioco sembra quasi che sia finito troppo presto, sembra che non fingano più di essere, che non giochino a…, che eliminino la "cornice" del gioco, come se il loro agire diventasse solo un continuum di azioni tra essere e fare, come se non ci fosse un dentro e un fuori, un prima e un dopo.

In questa situazione la stanza di Psicomotricità intanto ridisegna i confini, ricostituisce la "cornice" dentro cui il gioco può riprendere, darsi uno spazio ed un tempo, ancor più laddove lo spazio è quello indefinito del quartiere o della zona in cui gli spazi di gioco e di incontro, di socializzazione, vanno riducendosi, l'educazione è gioco, la prevenzione è gioco.

Proprio in una situazione come questa dove i confini si dissolvono e un'identità, anche professionale, deve essere ricostituita, ridefinita, lo psicomotricista ritorna alla centralità del gioco come fondamento del proprio agire, come strutturante della propria pratica sul territorio in cui è il gioco che dà senso.

Ben giocare dentro per ben giocare fuori, per imparare ad immaginare un fuori diverso ed imparandolo, imparare ad immaginare la modificazione dello spazio esterno, e magari, un giorno, modificarlo realmente.

TERRITORIO E PATTI


Quello del territorio è un ambito all'interno del quale, per le caratteristiche di frammentarietà e per il numero dei soggetti a cui ci si rapporta, a maggior ragione, deve essere curato il contesto, devono essere chiari i referenti se a proporre il progetto sono psicomotricisti, devono essere chiari gli obiettivi se altri lo propongono.

Il territorio richiede conoscenza, ed anche se la nostra proposta tendenzialmente ottiene successi ed è generalmente apprezzata, perché non si riduca ad una occasionale esperienza, richiede uno sfondo, un quadro, una "cornice" all'interno della quale possa assumere maggior sfondo.

E' un problema di cultura, e di valori di cui attraverso la pratica siamo portatori, il benessere, l'ascolto e l'attenzione al bambino, a cui forse noi, che viviamo in una regione di vecchi, siamo forse più sensibili e di cui forse siamo più preoccupati, perché attenzione (e finanziamenti) sono prevalentemente spostati verso la terza età.

Ma non è un problema locale, l'attenzione al bambino, ai suoi tempi, ai suoi spazi, ai suoi diritti, al suo gioco, costituiscono un problema che attraversa tutta la società, è se mi permettete, un problema "globale", un problema di civiltà. Credo che questo debba essere lo sfondo in cui collocare le nostre proposte in ambito territoriale, e su queste proposte trovare alleanze, condurre una battaglia culturale e civile. Non siamo soli: educatori, insegnanti, pediatri, operatori dei servizi sanitari e sociali, genitori e loro associazioni, "pezzi" di Amministrazione condividono con noi preoccupazioni e sogni.

Non varia il nostro modo di intervenire in ambito preventivo, ma varia la dimensione dello sfondo, il tempo del bambino che si va ad investire, gli spazi. Quella della prevenzione è per noi un ambito di intervento strategico, non solo per le opportunità di lavoro che offre, ma per la dimensione "etica" che richiede, per la capacità di innovazione e ricerca di cui necessita.

 

CREARE RETI

 

E richiede la presenza di una Associazione che si caratterizzi non solo per il suo impegno nella difesa degli interessi dei soci, ma anche per l'impegno, culturale e "politico" che questa dimensione richiede, ben sapendo che quanto maggiore è il peso che si assume su questo terreno, tanto più significativa diventa la nostra figura professionale. E quando dico impegno dell'associazione, intendo qui l'impegno di tutti i soci, perché ritengo che questi valori siano insiti nella professionalità di cui siamo portatori.

E' con questa convinzione che in ambito cittadino abbiamo voluto partecipare come soggetti attivi al processo costitutivo della Città Educativa e contribuire alla stesura del Patto di Eugeni@, perché crediamo che si debba partecipare alla costruzione della cornice all'interno della quale la nostra pratica possa assumere maggiore efficacia.

 

Anton Maria Chiossone  Direttivo Nazionale ANUPI

 

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